Giovani scrittori alla prova

Data: 26/06/2021

scrittura creativa

Cinque lezioni appena, per un totale di dieci ore. Sufficienti comunque a risvegliare lo scrittore che è nascosto in parecchi nostri alunni. Una quindicina di studenti delle classi seconde e terze della secondaria Salvo d'Acquisto ha accolto la sfida del prof. Paolo Fusco, di partecipare a un corso di scrittura creativa. Era una delle proposte della scuola estiva, volta in questo caso non al recupero, ma al potenziamento delle competenze.Laboratorio di scrittura creativa

Nel corso di cinque incontri, appunto, si è affrontato il tema di come iniziare un racconto (l'incipit), come descrivere i personaggi, i luoghi e le azioni, come rendere i dialoghi, come esprimere le emozioni dei protagonisti. La "missione" prevedeva di mettere in scena una narrazione ambientata in una scuola. Gli alunni potevano scegliere il genere preferito: giallo, sentimentale, horror.

I risultati sono stati, se possibile, superiori alle attese. I ragazzi si sono lasciati coinvolgere (il corso era di scritture cre-attiva) non solo nel lavoro di scrittura, ma anche di critica e commento su quanto stavano componendo. Cosa funziona in quella frase? Cosa invece non funziona? Quale può essere il sinonimo più adatto, più prezioso, più creativo per sostituire un'espressione altrimenti piatta? Come cambiereste quel dialogo?

Ma lasciamo il giudizio a voi. Ecco una scelta di lavori dei nostri giovani scrittori.

N.B. Vengono sperimentate diverse modalità di scrittura: non necessariamente le diverse parti di un racconto sono accordate tra loro.

Incipit

I nostri sguardi si sfiorano per l’ultima volta.

Con la complicità del buio, mi perdo nella profondità dei suoi occhi.

Realizzo di essere, finalmente, nel posto giusto. La mia mente si alleggerisce, mentre mi lascio coccolare dalla delicata brezza serale.

“È bellissimo, vero?” mi sussurri, mentre mi risveglio da quel sogno ad occhi aperti. Il chiarore della luna si riflette sui miei occhi lucidi, filtrando le mie emozioni.

E mentre contemplo questo spettacolo naturale, tutto mi sembra più reale. Nonostante lo sapessi da molto tempo, realizzo solo ora che cosa sta per succedere.

Inevitabilmente, scivolo tra le tue braccia. Vorrei solo che il tempo si fermasse, e rimanere con te in questo frammento d’infinito, per sempre.

Prima che tutto questo finisca, voglio che tu sappia quanto tengo a te.

 

Descrizione del personaggio

Mentre entro in classe, e mentre vengo soffocata dagli abbracci insistenti di Camilla, scorgo di sfuggita l’espressione di Daniele, che come al solito non lascia intravedere nessuna emozione. La sua esile figura, in armonia con i suoi lunghi capelli neri, si immerge nuovamente nella lettura del libro che tiene in mano. Incredibilmente, oggi non indossa una felpa, perché a causa della lezione straordinaria di ginnastica è costretto a presentarsi con una t-shirt bianca. Come se fossi attratta da quell’insolito cambiamento, mi dirigo verso di lui.

“Allora, niente felpa oggi?” gli faccio notare, mentre mi accingo a sedermi. “Già”, mi risponde, mentre rilascia il libro dalle sue mani delicate. Ha davvero delle belle mani.

Approfittando della confidenza che si era creata tra me e lui, gli afferro le mani con forza, per poterle esaminare con cura. Mentre lui si dimena, non riusciamo a trattenere una risata.

Non faccio neanche in tempo a vedere le sue labbra inarcate verso l’alto che la mia attenzione viene catturata da qualcos’altro.

Il mio sguardo si ferma sull’enorme taglio che reca sul braccio sinistro.

I suoi occhi aguzzi incrociano i miei, e le nostre risate si infrangono.

Non faccio neanche in tempo ad aprire bocca che mi ha già anticipato. “Non è niente”, mi dice, mentre si rimbocca in velocità la manica.

Capisco subito che dietro a Daniele, il silenzioso ed introverso genio della classe, si nasconde molto più di quanto io possa immaginare.

Voglio scoprire più cose su di lui.

 

Descrizione del luogo

La terrazza della scuola per me era un luogo magico.

In verità non era propriamente una terrazza: si trattava, infatti, di un tetto di grande estensione, su cui era stata cosparsa della vernice catarifrangente grigia. L’accesso era dato da una minuscola botola di metallo, che con il suo cigolio annunciava l’arrivo di ogni visitatore.

Durante la giornata il suolo era sempre sottoposto a temperature elevate. Fortunatamente, un paio di camini diroccati concedevano alla terrazza una piccola porzione di ombra. La vernice bianca che li avvolgeva era ormai stata ricoperta da una serie di colorati e vivaci graffiti.

Ero l’unico a salire in terrazza, e con il passare dei giorni avevo colonizzato uno dei piccoli anfratti d’ombra che il luogo poteva offrire. Ovviamente avevo scelto quello del lato nord, che dava sul parco subito fuori dalla scuola, in modo da non farmi vedere dai miei compagni, che solitamente durante le ore di pausa sostavano nel cortile a sud della scuola.

Amavo rifugiarmi in quel piccolo spazio. Mi piaceva molto leggere e rilassarmi all’ombra dei comignoli della terrazza. L’odore della vernice, denso e un po’ pungente, invadeva le mie narici non appena mettevo piede sul vasto e silenzioso tetto. Il tè al limone che mi accompagnava sempre mi rinfrescava durante le mie lunghe sedute di lettura, che svolgevo sfruttando il religioso silenzio del luogo. Portavo anche un asciugamano, per rendere più comodo l’appoggio della mia schiena sulla parete del camino.

Insomma, per me quel luogo era il sinonimo di pace. Avevo sempre bisogno di rifugiarmi in un luogo in cui potevo stare solo, e quello calzava a pennello. Non veniva mai nessuno in terrazza.

Poi, un giorno, le cose cambiarono.

 

Dialogo

Quel giorno, data l’assenza di Camilla, avevo deciso di andare in terrazza.

Non ci ero mai stata, ma non perché non ne avevo mai avuto l’occasione. I miei amici, solitamente, si riunivano intorno alla panchina del giardino per consumare le proprie merende, che avevano tanto bramato nelle ore precedenti, in preda alla fame. Quel giorno, però, il raffreddore era riuscito a mietere talmente tante vittime da lasciare a casa tutto il mio gruppo di amici.

Sentendomi sola, avevo deciso quindi di salire sulla terrazza della scuola, nonostante la temperatura fosse piuttosto bassa.

Pensavo di essere sola, mentre chiudevo la piccola botola che dava sul tetto. Avevo appena alzato la testa quando scorsi un’espressione familiare. Daniele, che se ne stava seduto con le spalle appoggiate ad un comignolo, mi guardava con occhi sorpresi. Aveva chiuso il suo libro, si era alzato velocemente in piedi e si stava avvicinando velocemente nella mia direzione, verso la botola.

“S-scusami… n-non sapevo che dovessi venire… tolgo subito il disturbo” aveva balbettato lui, mentre faceva per andarsene. Percepivo tutto il suo imbarazzo, mentre tentava di dileguarsi. Ero riuscita a fermarlo appena in tempo.

“Tranquillo, non mi disturbi” lo avevo rassicurato. “In realtà sono venuta qui perché mi sento sola, quindi non mi dispiace avere un po’ di compagnia”.

“Ehm… fai come preferisci, anche se non sono una persona di gran compagnia”.

“Tu sei Daniele, giusto?” gli chiesi.

Annuì con celerità.

“Ah, è vero. Siamo in classe insieme, sicuramente saprai già il mio nome”

Daniele, come se fosse un robot, annuì nuovamente.

 

Espressione delle emozioni

I quattro si trovavano a casa di Camilla.

I loro tentativi di studiare, almeno fino a quel momento, erano stati vani. Daniele, come sempre, appariva calmo e silenzioso. Ovviamente, aveva già studiato tutti gli argomenti d’esame molti giorni prima. Era lì solo per aiutarli, nel caso ci fossero problemi. Nonostante ciò, dentro di sé era molto emozionato: era la prima volta che veniva invitato a casa di qualcuno.

Come se si sentisse soffocata dalla pesante atmosfera che si era creata, Camilla decise che per quel giorno avevano studiato abbastanza. “Io sono stanca, e voi? Che ne dite se facciamo qualcosa di più divertente?” annunciò lei, quasi per risvegliare gli amici da un sonno profondo.

Tutti annuirono in segno di comprensione per quel suo stato d’animo.

Mentre gli amici si confrontavano su quale attività sarebbe stata più divertente da svolgere, Daniele si sentì alienato dalla conversazione. Non riusciva a far sgorgare una singola parola dalla sua bocca. Uscì solo qualche balbettio confuso, che attirava l’attenzione di tutti su di lui.

In imbarazzo, Daniele a gesti fece capire che quello che voleva dire non era poi così importante. Tutti gli altri, però, erano ormai curiosi di scoprire come si presentava lo spirito d’iniziativa di Daniele. Marco, con un'occhiata, lo trapassò da parte a parte, come per metterlo a nudo.

“E se giocassimo ad obbligo o verità?” propose Camilla, salvando involontariamente Daniele.

Daniele non aveva la minima idea di come funzionasse un gioco dal nome tanto filosofico. Si aspettava, però, che dietro a quel nome affascinante si nascondesse un’ attività infantile.

Mentre faceva queste considerazioni, il gruppo decise che obbligo o verità sarebbe stato un buon compromesso tra tutte le alternative proposte. Si disposero allora in posizione simmetrica attorno al tavolo.

Marco spiegò brevemente le regole a Daniele. Intanto, lei si sentiva estremamente curiosa di scoprire i lati nascosti di Daniele. Non stava più nella pelle.

Daniele aveva capito le regole. Non riuscì a trattenere un piccolo ghigno, pensando che le sue previsioni sul gioco erano esatte. Di lì a poco, però, Daniele fu bersagliato di domande alquanto spinose, che lo misero in una condizione di assoluta impotenza. Se all’inizio si sentiva divertito, ora era minacciato dalle (quasi) innocenti risate di Camilla e Marco. Solo lei mostrava qualche piccolo segno di pietà, fino a che non lanciò la più spinosa delle domande.

“Se dovessi dire il nome di qualcuno della nostra classe con cui ti metteresti insieme, che nome diresti?”

Daniele avvampò. Nell’esasperazione più totale, lanciò un'occhiata a Camilla, pregando che la salvasse dalla domanda dell’amica. Camilla, invece, era la più curiosa di tutte.

Daniele si rassegnò. Non voleva per nessun motivo sottostare ad un obbligo dei suoi amici, quindi decise che avrebbe risposto.

“Ehm… n-non lo farei davvero… è solo per g-gioco” balbettò Daniele, mentre il suo viso assumeva un colorito simile a quello di una salsa di pomodoro concentrata nella quale era stato cosparso del colorante rosso.

Lentamente, alzò il dito per indicare una della due ragazze, che si sedevano esattamente davanti a lui. Tutti erano con il fiato sospeso, specialmente lei, che aveva formulato la domanda.

Quando il dito si soffermò su di lei, nella stanza calò il silenzio. Un turbinio di emozioni si scatenò in ognuno dei ragazzi.

Marco era semplicemente sorpreso. Non si aspettava neanche una risposta, a dirla tutta.

Camilla era confusa. Balbettò qualche parola di sorpresa, mentre teneva il suo sguardo sul dito di Daniele. Nel suo piccolo, stava tentando di reprimere quel suo sentimento di delusione e gelosia il più possibile.

Daniele era imbarazzato. Avrebbe voluto sotterrarsi in un buco e non uscire più. Sfruttò i suoi lunghi capelli per coprire gli occhi, che trasmettevano imbarazzo in modo inequivocabile.

Infine c’era lei. Era rimasta immobile, come se Daniele avesse sparato del ghiaccio dal suo indice affusolato. Il suo cuore, invece, accelerava incontrollato. Dopo un attimo, riprese coscienza e ritornò alla sua posizione normale. Aveva un milione di cose da chiedergli, ma riuscì a dirne soltanto una: “Perché?”

Come se si aspettasse quella domanda, Daniele rispose in velocità, questa volta con tono sicuro: “Perché sei l’unica che conosco, credo”.

Entrambi arrossirono, ma nessuno se ne accorse.

La successiva mezz’ora fu insopportabile. Lei avrebbe preferito di gran lunga tornare a studiare in quella tetra atmosfera che, in confronto a quella che si era creata dopo la risposta di Daniele, sembrava molto più lucente di quanto fosse.

Daniele non si aspettava nessun’altra domanda scomoda. E invece, a contraddirlo, l’aspettava di nuovo una domanda di lei.

“Com’eri alle medie?”, chiese in modo tranquillo, come se fosse una domanda scelta apposta per evitare altri scenari imbarazzanti. Non sapeva quanto aveva torto.

Daniele si paralizzò.

Stefano Berta (3A)

Incipit 1

Nei corridoi della scuola dominava il caos. Tutti gli studenti e i professori erano ammucchiati davanti alle scale. Lì, davanti al gruppo, era disteso un cadavere. Era rivolto a pancia in giù. Una maglietta verde gli cingeva il petto dal quale spuntava un coltello da cucina, col manico nero e la lama argentea che aveva trafitto il corpo del ragazzo. Una distesa di sangue copriva il pavimento di piastrelle bianche e consumate, fino ad arrivare ai piedi del preside, che guardava la scena sconvolto. Un omicidio. Nella sua scuola.

Dietro di lui due ragazzi fissavano il corpo di Marco, un tempo il loro migliore amico. Il silenzio venne interrotto dalla segretaria che chiamò il preside pregandolo di tornare nel suo studio, perché erano arrivati gli ispettori a discutere del caso.

I due ragazzi, Jack e Carlo, si guardarono per un momento. Ormai avevano capito: solo loro conoscevano la verità.

 

Descrizione del personaggio

Marco era un normalissimo ragazzo delle medie. Tredici anni. Dei folti capelli biondi rendevano la sua testa un campo di grano. I suoi occhi sembravano delle nocciole. Uno sguardo dolce copriva il suo viso e nascondeva il suo solito carattere ribelle. Per quanto potesse sembrare esile, il suo fisico era forte e muscoloso e, quando finiva nelle risse, ne usciva spesso vincitore, con un grande sorriso stampato in faccia, ornato da un apparecchio blu.

Sì, agli occhi degli altri appariva uno scemo; ma in fondo, molto in fondo, era talentuoso. Non c’era traccia di arroganza o cattiveria i lui, anzi. Era amico di tutti. Ok, quasi tutti, se tralasciamo gli adulti.

 

Descrizione dell'ambiente

L’odore nauseabondo di morte invadeva il corridoio della scuola. I muri un tempo bianchi, erano luridi e rovinati e racchiudevano il caos. Il soffitto era cosparso di file di luci al neon che illuminavano debolmente la scena del delitto. Per quanto potesse essere malconcia era una delle migliori scuole della zona.

Il suono della seconda campanella riportò alla realtà gli scolari e i professori.Tutti ormai avevano perso la cognizione del tempo e, vista la situazione allarmante, gli insegnanti concessero ai ragazzi un’ora in giardino mentre risolvevano i loro problemi.

Jack e Carlo si avviarono verso l’uscita e in cortile si sedettero su una panchina che dava le spalle all’enorme edificio grigio. Visto da fuori l’istituto maschile era orrendo. I muri erano scrostati e rigati dall’acqua che gocciolava durante le giornate di pioggia. Il tetto piatto aveva le somiglianze un nido di uccello. Le finestre, che davano sul fazzolettino di terra situato sul retro della struttura, erano grigie e rendevano la scuola ancora più cupa di quello che era.

Jack decise di rompere il ghiaccio che in quel momento si era creato tra lui e Carlo.

“Mi dispiace” riuscì a dire. Carlo comprese che la situazione era difficile per entrambi. “Anche a me” rispose.

 

Dialogo

«Assolutamente no!» gridò il preside. «Non potete farmi chiudere la scuola!»

«Ma signore, si tratta dell’omicidio di un ragazzo, deve essere comprensivo...» intervenne timidamente la segretaria.

«Sì, la signorina ha ragione, non può ragionare in questo modo, è da egoisti. Deve capire che è un caso molto grave: abbiamo bisogno di tempo per procedere e compiere un’ispezione» confermò l’investigatore, mettendo in imbarazzo il direttore.

«Va bene, va bene, mi avete convinto». Il responsabile dell’istituto maschile era demoralizzato. Si diresse verso l’uscita e salutando i presenti si congedò.

Nel frattempo in giardino, dietro la finestra, Carlo e Jack avevano sentito tutto.

«Se vanno avanti così non ne usciranno mai fuori...» affermò il primo.

«Già, hai ragione…mi sa che qui dobbiamo intervenire noi...»

«Ok, ho afferrato, andiamo a parlare con la segretaria».

 

Dialogo  2

I due ragazzi si diressero verso l’ufficio della segretaria. Una giovane donna gracile e timida che aveva sempre due strati di trucco sulla faccia, aprì loro la porta accogliendoli con un enorme sorriso scolpito in volto. Dopo averli salutati  amichevolmente, li invitò ad accomodarsi nel suo studio e si informò del perché di quella visita. I ragazzi non vollero perdere tempo. Le spiegarono di aver origliato la conversazione durante l’incontro con l’ispettore e che desideravano discuterne. La segretaria, stupita e incuriosita, acconsentì.

 

Testo  2

Erano da soli. Stavano camminando al limitare del boschetto di casa. Mano nella mano con le dita intrecciate, si scambiavano degli sguardi pieni di emozioni, che raccontavano più di qualsiasi parola. Nulla ormai poteva separarli. Lui le cinse le spalle con un braccio e il loro cammino continuò tranquillo. O almeno così le pareva.

La brezza della sera le accarezzava i capelli che ondeggiavano dolcemente. Il silenzio li avvolgeva creando un’atmosfera delicata ma, allo stesso tempo, un po’ inquietante, cupa.

Uno strattone e un urlo straziante la distolsero dai suoi pensieri, facendola sobbalzare. Si girò di scatto e quello che vide fu per lei come un pugno nello stomaco. Qualcosa stava trascinando lontano il suo ragazzo da lei. Qualcosa... o qualcuno…

Senza ragionare si mise a correre. Doveva salvare quel ragazzo a cui era profondamente legata. Si addentrò nel boschetto senza far caso ai rami che le graffiavano il viso come artigli e continuò a correre. Il terreno era sconnesso e le facevano male i piedi. Inciampò su un oggetto con una forma indefinita, finendo col viso umido di sudore per terra.

Si alzò e una figura si mosse tra le foglie di un cespuglio poco lontano. Ai suoi piedi c’era un corpo inanime con gli occhi vitrei e i capelli intrisi di sangue. Avvicinandosi al viso del cadavere i suoi dubbi si confermarono. Era lui. Morto.

Stava per urlare quando qualcosa la prese di spalle e la trascinò via. Cercò di divincolarsi, invano. Vide una grossa figura avvicinarsi al suo viso per colpirla e poi buio totale.

Al suo risveglio il bosco non c’era. Al suo risveglio tutto era cambiato.

 

Emozioni

Mentre il racconto dei due ragazzi fluiva, nello studio della segretaria si era creata un’atmosfera tesa. La donna continuava a tamburellare con le dita sul bordo del bracciolo della sedia. I suoi occhi verdi guizzavano da un lato all’altro della stanza senza fermarsi un attimo. Appena il silenzio si diffuse tra di loro, la segretaria prese la parola:
«Ra... ragazzi, io...io non so proprio che dire… Sono rimasta davvero scioccata. Insomma non pensavo sapeste tutte queste cose… è… è imbarazzante».

«Si, possiamo immaginare, ma è importante che lei non faccia parola con nessuno di ciò che le abbiamo detto oggi» ribatté Jack.

«Va bene ragazzi, ma ora dovete proprio andarvene prima che arrivi il direttore»

Jack e Carlo esitarono un attimo. Si scambiarono uno sguardo d’intesa e uscirono dall’ufficio perplessi.

«Che c’è?» domandò Carlo rivolto all’amico.

«Niente. Sono solo un po’ dubbioso. Ho la strana sensazione che la segretaria sappia qualcosa più di noi… Hai notato la sua faccia, prima?»

«Sì, ho visto. Non riusciva a stare ferma due secondi» confermò Carlo.

«C’è qualcosa che non torna, qui»

«Già. E noi dobbiamo scoprire che cosa»

A quelle parole la faccia di Jack impallidì tutt’a un tratto e delle enormi gocce di sudore gli scivolarono sul viso.
«Carlo?... Corri!»

 

Azioni

Carlo si girò e senza pensarci due volte si mise a correre seguito da Jack. Lui li stava seguendo. Continuarono a correre nel corridoio della scuola. Arrivarono davanti alle scale e cominciarono a salire di corsa. Carlo inciampò sul penultimo gradino e cadde di peso sul suo braccio. Urlò. Jack si girò e lo aiutò a rimettersi in piedi. Il loro inseguitore si stava avvicinando. Arrivati in cima alla gradinata entrarono precipitosamente nell’aula di arte chiudendosi la porta alle spalle. Presero uno dei luridi banchi e lo spinsero contro l’entrata per impedire a chiunque di raggiungerli.

Si sedettero sulle sedie sporche di pittura e si misero in ascolto aspettandosi di sentire un rumore di passi, ma ciò che sentirono fu solo il silenzio.

A un certo punto Jack sussultò. Nell’angolo dell’aula c’era un’altro corpo inanime. La seconda vittima dell'assassino.

Zoe Mariti (2C)

Incipit

Quella mattina nessuno entrò a scuola.
I cancelli erano stati sigillati con i soliti enormi catenacci di ferro, ormai vecchi quasi quanto l’edificio, impedendo ai ragazzi di accedere per vedere ciò che stava succedendo all’interno.
Emy però, molto più attenta di tutti, aveva scoperto, da qualche tempo, un piccolo cancelletto dietro la siepe, che dava nel giardino dell’istituto. Così, quasi per miracolo, riuscì a penetrare di nascosto, evitando tutti i professori che correvano agitati per i corridoi.
Emy sentì la porta della mensa sbattere violentemente contro la parete, seguita da sussurri, che frusciavano come foglie mosse dal vento. Troppo incuriosita per fuggire, la ragazza entrò nella sala. Un grido acutissimo le penetrò i timpani, fino al cervello. Disteso sul gelido pavimento della mensa c’era un cadavere. Circondato da un fiume di sangue, rosso brillante, che rifletteva la luce dei neon sul soffitto.

Descrizioni

1. Emy era una ragazza mingherlina con una folta chioma rosso fuoco. Era sempre stata un passo avanti a tutti i suoi compagni. Sapeva ascoltare e riusciva ad elaborare dei pensieri molto profondi e geniali, che tutti ritenevano prodigiosi, considerando la sua tenera età.
Emy fin da piccola era stata obbligata a comportarsi come un adulto e a crescere molto in fretta, forse troppo in fretta. La ragazzina non aveva amici a scuola, ma a lei non importava, aveva ben altro a cui pensare.

2. Cleide, la matrigna di Emy, era una donna magra e ossuta, quasi scheletrica, con dei modi burberi e freddi. Secondo Emy, la matrigna assomigliava a una statua, senza sentimenti e con la stessa cupa espressione in volto. L’unica cosa positiva che Emy riusciva a trovare in quella donna era che non le stava appiccicata, come un cane da guardia; anzi, a volte proprio non considerava Emy neanche di striscio.

Descrizione stanza

L’aula della mensa era una sala enorme, quattro o cinque volte la classe dove studiava Emy.
Il pavimento era formato da una miriade di piastrelle con dei sassolini marroni incastonati al loro interno, sporcati dal sangue rosso acceso del cadavere sul pavimento. Il soffitto e le pareti erano bianchi, non più immacolati, visti gli anni che aveva l’edificio ma soprattutto per le tracce dell’omicidio. Le lampade al neon rettangolari, posizionate in quattro lunghe file, illuminavano tutta la sala di una luce biancastra, che a fissarla per un tempo prolungato procurava un intenso bruciore agli occhi. I tavoli erano dei lunghissimi rettangoli di legno, sostenuti da una struttura in acciaio, dipinta di verde.
Lo stanzone aveva una capienza massima di cinquanta persone, cioè dieci persone per ogni tavolo, più quello degli insegnanti. Praticamente al centro della mensa si trovavano due cestini, uno per il cibo, sempre ricolmo vista la quantità di avanzi che gli studenti buttavano; un altro per i piatti e le posate di plastica. Un segno che caratterizzava quella stanza era un’enorme macchia marrone su un angolo del soffitto. Quello sciocco di Luciano aveva lanciato un piatto di spezzatino sul soffitto, dopo essere inciampato sulle sedia di Sara, in prima media. Da quel giorno quella macchia era rimasta lì indelebile sull’angolo della mensa.

Discorso diretto/indiretto

«Cleide! Cleide! Cleide!» sbraitò Emy, spalancando la soglia della casa.
«Non sbattere la porta, ragazzina; hai idea di quanto mi costa farla riparare?» sputò fuori lei in risposta. Senza badarvi, Emy raccontò alla matrigna tutto ciò che aveva scoperta quella mattina a scuola, tralasciando il fatto che era entrata senza permesso da un cancello nascosto che nessuno studente o professore conosceva. Emy le raccontò del cadavere nella mensa e del mare di sangue che lo circondava. La donna era sbiancata. Ci volle quasi un quarto d’ora prima che la discussione riprendesse.
«Un cadavere… nella tua scuola? Che cosa hanno detto gli insegnanti? E il preside? Tu domani non ci vai là dentro, mia cara! No no, tu domani resti a casa, ma stai sicura che non ti lascerò tutto il giorno a poltrire!». E così dicendo uscì dalla stanza, barricandosi in cucina, senza lasciare a Emy il tempo di ribattere o di capire in che situazione si trovasse al momento.

Emozioni e azioni

Emy quella notte non riusciva a prendere sonno. Aveva l’immagine del cadavere stampata nella mente e la vedeva talmente nitida che le sembrava di essere ancora in quella fredda sala della scuola. Emy aveva gli occhi sbarrati che fissavano il soffitto. Era terrorizzata anche se non ne capiva il motivo. Piccole goccioline di sudore le scendevano dalle tempie, le mani rigide che stringevano il lenzuolo. Poi ad un tratto, la paura si spense. Emy si alzò di scatto e si mise seduta sul letto. Le era balzata in mente un'idea, una deduzione, scontata, ma non ci aveva mai pensato prima. Se nella scuola c’era un cadavere, voleva dire che da qualche parte doveva esserci anche un assassino. La ragazzina fu sovrastata da un senso di sicurezza e responsabilità. Sarebbe andata in fondo a quella storia. Aveva deciso. Avrebbe trovato l’assassino chiunque fosse.

Giulia Betteloni (2C)

Incipit

Il mio cuore batteva a mille. Ansimavo a tal punto da non reggermi più in piedi. Le bollenti gocce di sudore precipitavano ripetutamente sul pavimento dei corridoi isolati. Le nuvole nere della notte scoprivano la luna piena d’inverno.

Nella scuola c’erano solamente tre ragazzi. E c’ero io. Non ricordavo nulla di cosa fosse successo prima di quel momento. Una cosa era certa: quei ragazzi erano terrorizzati da me. Sembravano appena usciti da una gabbia di lupi. Graffi profondi, ferite disumane ricoprivano il loro esile corpo umano. Strisciavano con difficoltà, cercando inutilmente di raggiungere l’uscita. Gridavano forte chiedendo aiuto. Non riuscivo a capire: cosa li rendeva così terrorizzati? Notai qualcosa alla fine; qualcosa riflesso dai vetri della porta d’uscita, quella per la quale i ragazzi pregavano tanto di fuggire. Era un mostro, un terribile mostro intrappolato nelle porte. Non sembrava veramente intrappolato, era un riflesso e quel riflesso descriveva me.

Quel mostro era un lupo.

Quel lupo ero io.

 

Descrizione di un personaggio

La nonna di Maria era un tipetto strano. Fisicamente è piuttosto piccola e minuta. Maria diceva che se la nonnina si arrabbiava eri davvero fritto: nessuno poteva scappare dalle sue grinfie. La sua lucida chioma grigia, ogni mattina veniva colmata di lacca, raccolta poi in una pettinatura diffusa negli anni Cinquanta. Le rughe le ricoprivano il viso e rivelavano la sua storia. I suoi occhi brillavano di uno scuro marrone, ornati da ciglia allungate. Non amava gli abiti stravaganti, le piaceva la semplicità. Sapeva cucinare, preparava dolci e ghiottonerie a volontà. Tutti ricordano di continuo a Maria di avere avuto la nonna migliore del mondo. Lei risponde consapevole di avercela davvero.

 

Descrizione della stanza

Quella notte ci fu un omicidio nella scuola del paese. La polizia aveva trovato il morto fissato con delle taglienti lame su una lavagna ricoperta di sangue. Gli occhi del cadavere privi di anima fissavano il nulla della quieta stanza. Il ragazzo pareva una stella: braccia spalancate e le gambe divaricate verso il pavimento.

La classe era dedicata allo studio delle scienze. E ornata da poster e manichini scheletrici, seppelliti dalla polvere. Aveva un soffitto molto alto, e da un canto all’altro marciavano file di graziose bandierine. Sfilze di banchi colmavano lo spazio, sottolineato da un pavimento a lastre di legno levigato. La stanza era piuttosto illuminata: la luce traboccava da vaste finestre. Lunghe tende pendevano delicatamente dal soffitto. Macchiate dal sangue della vittima.

Sofia Comisso (2B)

Incipit

Quattro grossi armadi stavano pedinando il gracile Emir, che aveva appena tenuto un emozionante discorso, davanti a centinaia di persone.

Non aveva mai avuto la scorta ed era in una situazione in cui quest’ultima non sarebbe stata dannosa. Tuttavia era a dir poco infattibile eludere i quattro incappucciati; probabilmente delle stesse origini di Emir, viste le circostanze.

In breve tempo il suv Range Rover dei quattro raggiunse la Fiat Punto di prima generazione di Emir e in quel momento, per il turco, non c’era più scampo.

 

Descrizione del personaggio

Emir aveva appena trovato un lavoro con un buon salario, contando sul fatto che in precedenza si era trovato, insieme alla sua famiglia, in una situazione economica disastrosa.

Non gli piaceva particolarmente il suo nuovo mestiere, ma lo accettava. Non aveva mai pensato che il suo futuro compito sarebbe stato quello di lucidare i pavimenti di una scuola statale, eppure era lì a farlo.

Era un tipo molto introverso che pensava sempre ai suoi interessi e alle sue ambizioni.

Il suo sogno era quello di raccontare a tutto il mondo le sue vicende in Turchia. Aveva sentito di molta gente che ce l’aveva fatta, però lui aveva il timore che la sua storia non interessasse al pubblico.

Essendo di origine turca aveva la carnagione color ebano.

Gli occhi erano di un nero intenso, come le sue folte sopracciglia. Ambedue, ad un certo punto, si interrompevano a causa di un leggero taglio. I mustacchi che portava, di color nero corvino, si differenziavano invece dalla barba e dai capelli, che erano un misto tra color castagna e nero.

 

Descrizione della stanza

Emir stava tornando a casa dopo una consueta giornata di lavoro.

Spremuto, si tolse le scarpe, se si potevano ancora chiamare così.

Nonostante fosse minuto ed esile, si sentiva pesante e instabile; ma questo non gli impedì di stendersi e stiracchiarsi sul suo diroccato divano.

La fodera era di color turchese, ma aveva ormai deciso di toglierla.

Metà era strappata e quel che rimaneva era solamente della densa tela sporca e obbrobriosa.

Il tavolo era semplice e ordinario, non aveva nulla che balzasse all’occhio.

Per questo garbava al suo temporaneo (perché in affitto) proprietario, dato che il resto dell’appartamento era per la maggior parte cadente e disfatto.

La casa era semplicemente un piccolo e concentrato monolocale di periferia; dove la povertà era diffusa come la monotonia dei posti in cui la plebe viveva.

 

Discorso diretto

Il cigolio della porta si faceva sentire quando si apriva. Anche sua moglie, Shanzay, era tornata dal lavoro. Faceva un lavoro umile, così tanto che a volte quando parlava con altre donne preferiva dire che era disoccupata.

Svelta, si tolse le scarpe per andare ad appoggiare sopra il tavolo una busta.

«Dobbiamo pagare assolutamente l’affitto o verremo cacciati via di casa.» Lo disse Shanzay con tono accidioso e totalmente neutro.

«Eh sì, questo è un grosso problema.» Nonostante fossero in una scomoda situazione economica, Emir aveva un modo di approcciarsi positivo e pacato.

Per una trentina di minuti ci fu un silenzio che non era confortevole per nessuno dei due.

Lo seppe rompere Emir, che voleva che entrambi si staccassero da questi problemi che, alla fine, secondo lui non esistevano. Era stato fin da piccolo così fuori dagli schemi che questa caratteristica lo rendeva unico.

 

Descrizione delle emozioni

Aveva improvvisato una serie di piccoli racconti al lavoro, per sdrammatizzare l’odore di negatività in quel posto. Una sorta di Yin e Yang, dove quest’ultimo era Emir e cercava di contrastare l’energia di Shanzay, che trasmetteva una oscurità che a nessuno dei due piaceva.

Tommaso Zilli (3C)

Descrizione

Akio decise di non fare ritorno a casa quel pomeriggio. Doveva trovarlo. Non gli importava più della discussione che avevano avuto pochi giorni prima:, non aveva ricevuto più sue notizie. Era preoccupato. Era dannatamente preoccupato.

Si diresse verso il vasto bosco lì vicino per recarsi nel loro luogo speciale. Ma non seguì i sentieri tracciati. E successivamente, a causa della sua impazienza, non si accorse minimamente del fatto che quel giorno gli animali sembravano inspiegabilmente ringiovaniti, quasi come se si fossero appena cibati fino a scoppiare.

La strada mano a mano si faceva più tortuosa e, di conseguenza, pericolosa. Le radici lo fecero inciampare innumerevoli volte a causa della fittezza degli alberi. Alla fine, nonostante tutto, raggiunse il luogo predestinato, racchiuso fra gli alberi, più alti dalle edere più folte e del più bel verde scuro.

Sotto di essi erano stati disseminati dai due amici diversi tronchi che racchiudevano il clou del loro nascondiglio. Esso era costituito da una grande zona infertile bianca e sabbiosa, di solito completamente vuota. Ma questa volta non fu così. Magari fosse stato così. Infatti invece che trovarsi davanti dei granelli che gli volavano addosso, i suoi occhi si riflessero su due pozze di sangue secco che circondavano due masse informi di cadaveri senza nome.

Informi, perché le condizioni dei due cadaveri erano completamente mutate, a motivo di quel giorno tanto soleggiato. Se prima la scena costruita dal mostro che li ha uccisi poteva essere considerata disgustosa, seppur romantica, adesso si era evoluta ad un altro livello. Ormai le varie appendici erano praticamente irriconoscibili. Ognuna presentava diversi solchi, causati probabilmente dagli animali dei paraggi; e infiniti vermi percorrevano le pareti delle ossa che erano già ben esposte, rendendo del tutto impossibile dare un'identità a quei due corpi esanimi.

 

Descrizione emozioni

Akio emise un urlo straziante che durò finché non perse la voce. Lacrime calde gli scesero sul viso, tracciando ovunque scie umide. Il suo corpo venne scosso da tremori e spasmi che lo fecero crollare a terra proprio davanti a quel lugubre spettacolo.

Chiuse gli occhi. Era troppo tardi. Oramai un conato di vomito stava risalendo rapidamente dallo stomaco alla bocca facendolo quasi soffocare. Come se non bastasse, durante l’espulsione di quei succhi gastrici appoggiò la mano destra sul sangue secco per sorreggersi. Appena se ne accorse indietreggiò rapidamente.

Con lo stomaco nel caos si rialzò tremolante. Si voltò. E corse. Corse come non ebbe mai fatto prima. Non si preoccupò dei graffi brucianti sulle ginocchia e sui polpacci. Né del respiro che ormai gli mancava. Non voleva pensare, desiderava soltanto recarsi in un luogo che fosse il più lontano possibile da lì. Voleva dimenticare ciò che ormai era marchiato a fuoco nei suoi ricordi e che lo avrebbe perseguitato per tutta la vita.

Quando finalmente uscì dal bosco si ritrovò davanti... e... Tentò disperato di abbracciarli in cerca di un conforto, ma loro si  divincolarono allontanandolo. Sui loro visi c’erano espressioni di disapprovazione e paura. Mentre sulla sua mano erano rimaste tracce di sangue.

Lavinia Impiombato (3C)

Incipit

Mi avevano scoperta. Ormai erano tutti intorno a me, a parlarmi e a farmi domande. Io ai loro occhi cercavo di essere la semplice ed innocente bambina di sempre: guanciotte rosse e paffutelle, occhi grandi e verdi, un naso piccolo e delle labbra rosa carnose, non certo il mostro che credevano che io fossi. Quel giorno indossavo una gonnellina rosa a pois e una camicetta bianca ormai macchiata di sangue, lo stesso che mi colava dalle labbra.
Lei era lì, sul pavimento, ricoperta da un telo bianco; ma si vedeva, o almeno io lo vedevo, il morso che le avevo fatto sul collo con tanto piacere. Si vede che ero molto assetata di quel liquido amaranto: avevo fatto un bel lavoro, ero fiera di me stessa. Se non fosse stato per questi stupidi umani io sarei ancora lì a gustarmi il suo dolce dolce sangue. Non era come tutti gli altri, aveva un sapore ed un gusto speciale, che mi faceva impazzire. In tutti questi anni non ne ho mai trovato di così buono. Forse dovevo fare meno rumore, così magari non mi avrebbero scoperto, ma era lei che urlava a squarciagola.

Descrizione personaggio

Bella, intelligente e socievole. Insomma Camilla era la classica fanciulla a cui non mancava niente quando la vedevi; e quando rideva ti trasmetteva felicità e serenità. Era amata da tutti e tutti i maschietti della classe le andavano dietro. D'altronde era molto bella, grandi occhi verde smeraldo, capelli lunghi e biondi, lisci come la seta. Era solita a farseli legare in due treccine dalla mamma, che a volte ci aggiungeva due fiocchetti rosa. Era una bambina gentile e generosa con chiunque, la prima della classe e la più brava nel suo corso di danza classica. Suonava anche il pianoforte. A vederla così sembrava perfetta, ma nessuno conosceva il mostro racchiuso in lei.

Descrizione luogo

Ricordo quel posto, quelle sensazioni, e quei brividi che tuttora ogni volta che ci ripenso mi attraversano tutto il corpo. Eravamo nei bagni della scuola. Faceva freddo, erano molto umidi. Vedevo le gocce di pioggia percorre pigramente i vetri delle finestre. Il vento faceva sbattere le porte ormai rotte. Le urla. Il sangue sparso ovunque, che gocciolava e si espandeva dappertutto. Quegli odori. Quei suoni. La madre disperata era lì a piangere per la perdita della figlia, e gli altri la consolavano. Le facce dei bambini terrorizzati a guardare quel corpo avvolto in un telo bianco, con qualche ciuffo di capello biondo all'infuori.
La più tranquilla sembrava lei, sul pavimento in mezzo a tutta la folla. Non doveva parlare o spiegare niente a nessuno, anche se così sembrava non respirare. Conoscendola sono sicura che lei li avrebbe allontanati tutti: odiava stare al centro delle attenzioni.

Dialogo personaggi

Lei era lì, accovacciata in un angolino nascosta, impaurita, che tremava, con le lacrime che le bagnavano il viso. Camilla ormai non era più in sé, non resisteva più. A tutti i costi voleva assaporare quel dolce liquido rosso. La bambina balbettando le chiese “Perché? Perché devi farmi questo? Noi eravamo migliori amiche”. Camilla ridacchiando disse che era assetata e sentiva il bisogno di godere del suo sangue. Lentamente cercava di avvicinarsi, con la saliva che le colava dalla bocca.
La fanciulla urlava a perdifiato chiedendo aiuto. ”E’ inutile che urli, qui non c'è più nessuno, sono tutti in cortile a fare l’intervallo”. Singhiozzando la supplicò di lasciarla andare, ma non ci fu verso. E fu così che cominciò ad addentarla ed ad assorbire il suo sangue, come non aveva mai fatto prima.

Lina Abdenneji (2C)

Personaggi

Il Giardiniere era un uomo dall’età indefinita e dalla carnagione olivastra. Si chiamava Richard ed era sempre cupo e misterioso. Si ritirava spesso nel suo capanno, rendendosi più difficile da notare. Una delle poche volte che lo vidi riuscii solo a intravedere un luccichio sulla sua tuta rotta e rattoppata. Era un anziano signore con i capelli bianchi e il viso ricoperto di rughe. Indossava sempre lo stesso abito da lavoro verde e grigio. Aveva la schiena un po’ curva, ma la cosa che mi spaventava - ma allo stesso tempo mi incuriosiva - era la sua ossessione di scavare buche per poi ricoprirle. Mi trasmetteva molta paura con il suo sguardo maligno e con i suoi denti storti.

Un ragazzo, all’apparenza timido ma astuto. Aveva la carnagione bianca come il latte, dei capelli rossi arruffati e il viso ricoperto di lentiggini. Indossava una salopette di jeans con una maglietta bianca. Restava sempre da solo: ogni volta che gli passavo vicino lo vedevo nascondersi. Dovrebbe aver avuto la mia stessa età.   Un fatto strano è che ovunque andassi lo ritrovavo: sembrava mi perseguitasse. Portava quasi sempre un cappuccio bianco. Un giorno però quando chiesi a qualcuno il suo nome non sapevano di chi io parlassi.

Una ragazzina, con i capelli raccolti in due grosse trecce bionde. Era magra e snella, indossava sempre un vestitino a fiorellini con dei calzini ogni giorno di un colore diverso. Frequentava la prima superiore e trascinava sempre con sé il suo coniglietto di peluche a cui era molto legata. Era diversa dalle altre ragazzine. Non ne sono sicura ma una volta mi parve di vedere due grandi occhi gialli.

Il Preside: non si sa molto su di lui… so solo che rimaneva sempre chiuso nel suo ufficio con le tapparelle abbassate. Gli studenti inventano molte storie su di lui.
Molti pensano che non fosse mai a scuola. Altri immaginano che il suo studio fosse una stanza delle torture; altri ancora che dormisse a scuola. Non so se dar loro ragione, perché sinceramente neanche io l’ho mai visto uscire dal suo covo…
Quando chiediamo informazioni sul dirigente scolastico i professori ci riportano solo che il direttore è un po’ anziano. Anche se loro non l’hanno mai conosciuto.

Un altro ragazzo si chiama Andrew ed è più grande di me. E’ un ragazzo alto e robusto. Ha i capelli biondo-castano e due occhi azzurri. Tutte le ragazze lo seguono. Raccontano che è simpatico e sportivo, ma a me non è mai interessato: credo di essere l’unico a non parlargli e a stargli antipatico. Ho partecipato ad alcuni eventi fuori dal comune. Non è un ragazzo strano, solo che mi incuriosisce il fatto di avergli visto cambiare il colore degli occhi, da un azzurro chiaro a un rosso fuoco.

Io mi chiamo Nathan e ho 16 anni. Sono alto, ho due occhi verdi e capelli biondi. Frequento la terza superiore. Sono molto curioso e sono pronto a scoprire e a risolvere i fatti agghiaccianti successi a scuola.

Luogo

La scuola superiore è un’immensa struttura creata a un unico scopo: la sapienza.
Questo colossale istituto comprende 56 classi, due biblioteche, un giardino, un’aula magna, sei aule computer, un laboratorio d’arte, quattro lunghi corridoi, quattro bagni, un’aula mensa e naturalmente l’ufficio del preside.
Conosco a memoria ogni singolo angolo di questa sede scolastica.
Le classi sono grandi e spaziose. Ogni aula ha almeno un armadio di metallo verniciato di grigio e una lavagna interattiva. Le cattedre degli insegnanti sono realizzate in legno. Circondano la classe bianche mura spesso sporche con alcune strisce di penna blu e nera. Finestre ampie e lucide illuminano la classe. Il pavimento è spesso polveroso e sporco. Ricoprono il soffitto quattro luci led.

Elisa Giacomel (2C)

Incipit

Si svegliò di colpo. Girandosi intorno capì subito tutto. Si trovava lì dove era iniziata ogni cosa.
Matteo aveva incontrato la sua anima gemella a scuola.
Il loro era un caso strano: frequentavano gli stessi posti, non incontrandosi mai.
Fino a che quel fatidico giorno, il 2 febbraio 1999, si scontrarono nel corridoio della scuola Rossini, che era popolata dalla maggior parte degli studenti nell'ora di ricreazione.
Giulia chiese subito scusa, raccolse i libri e se ne andò.
Matteo invece rimase lì a fissarla, con due occhi incantati dalla sua bellezza, finché non sentì il suono della campanella.
Giulia una ragazza chiusa: preferiva stare da sola, con i propri pensieri, da quando il padre Guido era scomparso, lo stesso giorno di un anno prima.

Personaggio

Matteo, studente della scuola media Rossini, in via Monte Celeste, ogni giorno è costretto a seguire la sua lezione.
La lezione del prof. Sileri, odiato da tutti.
Matteo dice che è un uomo robusto con un po’ di pancia, una folta barba e dei baffi che sembrano una coda di scoiattolo.
Ogni giorno sembra che indossi le stesse cose: una maglietta e dei jeans.
Una battutina per far ridere la deve far sempre, ma vi assicuro che le sue battute non fanno ridere per niente.
Si porta sempre dietro in suo borsone a tracolla nero, dove ci mette solo Dio sa cosa.
Le sue lezioni di matematica sono talmente noiose che gli alunni si addormentano, così arriva loro subito una nota. Questo quadrimestre ne avrà date almeno venti.
È l'incubo di ogni alunno, con la sua voce da gigante e i suoi baffi.
Non fa altro che urlare per ogni minima cosa, come per lo zaino sulla sedia, ogni minimo movimento e tutto il resto.

Descrizione di un ambiente: corridoio

Il corridoio della scuola medie statale Rossini è un ambiente molto frequentato dagli alunni, durante le pause merende, e tra una lezione e l’altra.
È un luogo con mura bianche, decorate da quadri dipinti dagli stessi alunni, i quali si impegnano nel mantenere il corridoio uno spazio guardabile, visto che ci passano la maggior parte del tempo.
Ogni alunno possiede il proprio armadietto (come nelle scuole americane), posizionato davanti ai grandi muri bianchi. Loro stessi possono scegliere come decorarlo e cosa tenerci dentro.
Il pavimento è composto da piastrelle lucenti di color avorio, che il bidello Giampiero ogni giorno deve pulire con fatica, dalle orme delle scarpe degli alunni.
E non parliamo delle giornate di pioggia: Giampiero diventa matto.
Alla fine di questo lungo corridoio, si collocano le porte di vetro con i bordi rossi, da dove il sole non stenta ad entrare, spandendo luce ovunque.
Da esse gli scolari si affrettavano ad uscire al suono dell’ultima campanella, che annunciava la fine delle lezioni.

Dialogo

Matteo si fece coraggio e camminò per l’immenso corridoio.
Arrivò davanti a Giulia e le porse un ciao in pieno imbarazzo.
«Ciao» rispose GIulia e se ne andò, come se nessuno stesse parlando con lei.
Matteo non demorse e continuò a inseguirla.
Quando la raggiunse, Giulia gli chiese cosa volesse da lei. Era seccata, non voleva proprio parlare con lui di niente.
«Voglio solo parlare con te» insistette Matteo.
Ma Giulia, che non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno, rispose che ora non era il momento giusto per parlare, di niente e con nessuno.
Come se quella di Matteo fosse una domanda.
Allora Matteo, che non aveva perso per niente la calma, le rispose che se avesse continuato così non avrebbe mai trovato degli amici e che non sarebbe mai stata felice.
«Sono già come devo essere: non ho bisogno di essere felice», rispose seccata Giulia, che si arrabbiava facilmente.
Allora Matteo, sfinito, disse: «Fai come vuoi, io ci ho provato e questo è quello che conta».
Giulia prese le sue cose e camminò svelta, finché raggiunse la porta; poi si guardò indietro, come per cercare con gli occhi Matteo.
Il quale era andato a pianificare un altro stratagemma per riuscire a parlare con la ragazza dei suoi sogni.
Che per ora sembra odiarlo a morte.

Azioni ed Emozioni

Giulia si ritrovò con le gocce che accarezzavano le sue guance color vino, sulla sponda del lago gelato.
Con il sole che bruciava la pelle, nel bel mezzo del tramonto che tingeva il cielo, con colori accesi: rosa rosso giallo blu e verde.
Si trovava lì seduta sull’erba folta e morbida, da sola, a pensare e ripensare a quello che era accaduto al padre.
Come per istinto o destino, in quel momento si fece avanti Matteo, il quale trascorreva i suoi momenti liberi sulla riva di quel lago.
Andava lì quando non ce la faceva più a tenere il broncio, oppure così, per andarci e basta.
Giulia sollevò gli occhi e rimase di stucco all'arrivo di Matteo. Lui si sedette accanto a lei, per ora non mostrando nessun sentimento.
Giulia non stentò a diventare rossa, mentre Matteo cercava di far uscire qualche parola da quella bocca.
Alla fine balbettò un c-ciao.
Giulia non sapeva cosa rispondere: se ne stava lì senza dire e fare niente, come un salame.
Il sole tramontò, scoprendo un cielo blu con milioni di stelle lucenti. I due lo osservavano, con uno sguardo attento.
Le loro mani si sfiorarono.
Si guardarono negli occhi, con la luna lucente alle loro spalle.

Tonmoya Akther Haque (2C)